Anno I n. 1 Via al recupero urbano |
| Anno I n. 4 La ricostruzione infinita |
| Anno I n. 5 Architetti, obiettivo qualità |
| Anno I n. 9 Nel 2000 con le idee chiare |
| Anno II n. 5 Recuperare il verde si può |
| Anno II n. 9 Torrente Fenestrelle, idea verde |
| Anno II n. 13 Urbanistica: ecco cosa fare |
| Anno II n. 14 Il silenzio dell' Amministrazione provinciale |
| Anno II n. 18 Basta con le polemiche |
L'ARCHITETTURA DELLE ISTITUZIONI:
UNIVERSITÀ ED EDIFICI SCOLASTICI REALIZZATI DURANTE IL CINQUANTENNIO POSTBELLICO.
di Elisabetta Barbarisi
L' interesse per un capitolo dell'Architettura che riguarda gli anni successivi alla seconda guerra mondiale, attraversato da problematiche, contraddizioni e difficoltà, può essere importante per evidenziare le dinamiche che hanno portato all'attuale evoluzione architettonica. E' un periodo questo che si presta ad interpretazioni quanto mai controverse, ed è comunque indispensabile esaminarlo per ricercare in esso nuove visuali e suggestioni. Rivolgersi al passato non significa volere attuare una rievocazione nostalgica ma essere consapevoli che tale rivisitazione può a volte essere necessaria perché scaturisce da domande poste nel presente. Nel tempo, questo particolare momento storico è divenuto un punto di riferimento paradigmatico dell'Architettura contemporanea, per questo è importante, oggi, cercare di afferrare, di capire se in quelle vicende possono evidenziarsi delle potenzialità inespresse capaci di fornire un input determinante atto a chiarire questioni tuttora irrisolte.
L'Italia nell'immediato dopoguerra presenta una
situazione molto precaria, inizia la ricomposizione
delle istituzioni democratiche, sono in fase di tra
sformazione i Settori economici e culturali. Fra
tanti importanti cambiamenti emerge prepotente
anche il bisogno di ricostruire quei pezzi di città che
i bombardamenti avevano distrutto: parti preziose
del nostro antico e prestigioso tessuto storico, questi
vuoti rappresentavano un'occasione da non perdere
per creare un nuovo volto alle città ed ottenere fun-
zioni urbane moderne e più rispondenti alle mutate
esigenze sociali . Il confronto a cui furono chiamati
gli architetti in quegli anni si presentava certamente
di non facile soluzione: il nuovo che si contrapponeva
al vecchio.
Gli architetti non erano pronti ad affrontare i problemi che la particolare situazione poneva; molti di loro, protagonisti del dibattito, appartenevano ad associazioni razionaliste ed organiche allo stesso tempo, creando quello strano ibrido che fu la cultura architettonica del dopoguerra. L'edilizia di sostituzione costituì un terreno fertile per polemizzare in modo estremo e sterile, in questo clima si crearono due indirizzi stilistici; uno orientato ad affermare il mantenimento delle caratteristiche tradizionali, per gli interventi di ricostruzione nel tessuto storico delle città, l'altro prevedeva, invece, per gli interventi nelle periferie, tipologie che si basavano sull'utilizzo di un linguaggio con assunti nuovi, moderni, innovativi, liberi da ogni dogma precostituito.
Il confronto fra il razionalismo e il post moderno per alcuni potrebbe sembrare anche inopportuno e inutile perché sono due metodologie che contengono elementi in grado non solo di confrontarsi ma anche, volendo, di fondersi e dar vita ad un nuovo concetto architettonico, pur se la coesistenza delle due tendenze non è del tutto negativa. Bisogna comunque dire che tuttavia tra gli anni ‘50 e ‘60 il Movimento Moderno doveva ancora produrre alcuni dei suoi “monumenti”. A livello sociale non risultano ancora risolti i problemi dell'immigrazione, del lavoro, della partecipazione popolare ai processi che determinano i cambiamenti e le trasformazioni ambientali e di un metodo organizzativo che pianifichi l'attività didattica dalla scuola elementare agli studi superiori.
Proprio in questi anni, a seguito del notevole incremento della popolazione studentesca, si sentì la necessità di realizzare opere infrastrutturali ed in particolare di provvedere alle opere di edilizia scolastica ed universitaria, nell'ottica di garantire lo sviluppo di una generazione culturalmente più preparata. Si rese necessario, a tal fine,
varareun nuovo programma edilizio che
prevedeva appunto la dotazione di più
ampi spazi da dedicare alla didattica e
alla ricerca. Pertanto gli interventi nei centri storici non furono solo di ricostruzionema si basarono anche sul recupero degli edifici storici, dei monumenti che, avendo perso la loro primitiva destinazione d'uso, una volta riacquistata la potenzialità abitativa, furono trasformati in sedi di istituzioni scolastiche o universitarie.
Questa grande fase di progresso politico
ed economico fu incentivata dall'aiuto
americano che, dopo la guerra, distribuì grandi finanziamenti con il famoso piano Marshall. La prima interruzione dell'opera di ricostruzione post-bellica si verificò nei primi anni Settanta, quando la crisi economica rese necessario l'intervento di politiche rivolte al risparmio energetico. Il modo di costruire cambiò, furono evitate le grandi superfici vetrate, il ricorso al mattone facciavista e le realizzazioni architettoniche che prevedevano I'apporto di tecnologie avanzate e i cui costi la società non era più in grado di sostenere. In una situazione di grave crisi economica l'edilizia scolastica subì grandi mutamenti. Se consideriamo che da un dato del CNEL la popolazione del 1951 era di 47 milioni e mezzo mentre nel 1981 era diventata di 56 milioni e mezzo, si potrà capire come quell'iniziale carenza di edifici scolastici, aggravatasi nel corso degli anni, aveva condotto ad una politica basata sui doppi e tripli turni. La differenza tra Nord e Sud risultava elevata se si considera che al Sud era ben il 42 per cento a ricorrere ai doppi turni contro il 9,3 per cento del Centro Italia e l o 0,3 del Settentrione.
Negli anni ‘80 il fenomeno si acuisce determinando un costante impegno rivolto alla risoluzione della perenne mancanza di spazi idonei per le rinnovate esigenze didattiche e scientifiche, si promuoveranno così politiche adeguate ad incentivare economicamente tali strutture. Con la finanziaria dell'86/87, legge 488, il ministro della Pubblica Istruzione Franca Falcucci stanziò ben quattromila miliardi per costruire nuove scuole, ampliare o ristrutturare quelle già esistenti.
Già nel 1975 i piani straordinari della legge 412 avevano distribuito dei fondi ma i provvedimenti non sempre potevano essere destinati ad opere di edilizia scolastica e comunque non erano assegnate a tutti i Comuni. Il fenomeno della scolarizzazione fu di più ampia portata per le scuole superiori perché molti studenti iniziarono a prefiggersi l'obiettivo di proseguire gli studi altre il diploma obbligatorio. Indubbiamente le correlazioni tra scuola e società sono molto forti e ciò si evidenzia nello studio dello sviluppo economico e di conseguenza nell'organizzazione sociale che ne deriva; perciò, adeguare le strutture scolastiche al mutare delle esigenze è un fatto indispensabile. Se vogliamo considerare l'Università, questa istituzione già negli anni sessanta subisce una notevole trasformazione perché da Università d'élite diviene Università di massa con un rapporto studenti/docenti alterato, non più rispondente alle mutate esigenze. Inoltre, per l'indubbia capacità di diventare un polo di attrazione nel territorio, il suo accesso dovrebbe essere libero da ogni ostacolo, sia di natura urbanistica, dovuto alla morfologia del territorio, sia derivante da difficoltà e da carenze di trasporti o di tipo propriamente ricettivo delle attrezzature, oppure legate agli elevati tempi di percorrenza. In Italia nel 1984 esistevano 58 Università delle quali il 40% risultavano ubicate al Nord, il 33% al Centro e il 27% al Sud. Delle 95 provincie italiane solo 40 avevano almeno un insediamento universitario; se consideriamo, inoltre, che gli iscritti nell'anno 1980/81, nell'intera nazione, erano circa 1 .044.907 con una distribuzione studentesca numericamente uguale al Centro-Nord e al Centro-Sud si possono benissimo immaginare i disagi e le disfunzioni a cui erano sottoposti i fruitori di tali istituzioni.
Il sovraffollamento e l'urgenza di rimediare ai disagi che ne scaturivano hanno, in taluni casi, portato alla realizzazione di strutture prive di qualità architettoniche dovute a carenze di pianificazione; in un sistema confuso e disorganizzato è difficile che si abbiano architetture efficaci sia dal punto di vista formale che strutturale. Se esaminiamo la tipologia dell'Università italiana riscontriamo che è sempre stata parte integrante della società e del suo contesto socio-politico, spesso strettamente interrelata ad un tessuto urbano preesistente; in alcuni casi, il Complesso universitario assume addirittura un ruolo preminente rispetto all'insediamento urbano tanto da configurarsi come “città universitaria”. Il cosiddetto Complesso universitario è comunque un organismo che si inserisce nelle preesistenze del centro urbano ed è condizionato da esse. Nel caso di Napoli, inoltre, possiamo notare che l'eccessiva gravitazione studentesca ha prodotto un decentramento dal nucleo originario dando vita ad una disgregazione per Facoltà o Dipartimenti. Al di là di come possa essere strutturato un Centro Universitario è certo che esso debba essere dotato di un alto grado di funzionalità e flessibilità, lo spazio architettonico deve essere concepito in modo da potersi adattare ad una molteplicità di funzioni e nello stesso tempo possedere un forte valore sia per quanto riguarda la struttura e i volumi sia per il suo valore formale ed estetico.